Ieri sera, dopo cena, all'Oblivion. Tutti i triestini lo chiamano affettuosamente "da Franco", in onore del proprietario. La particolarità di questo locale, oltre al vasto assortimento di grappe che vengono spesso e volentieri portate in tavola a metro (1 metro di grappe = 12 bicchierini), è la possibilità di darsi alla pazza gioia con un antico mezzo di tortura che, a quanto pare, non passa mai di moda: il karaoke! Fortunatamente di solito il pubblico altro non è che una moltitudine stordita dall'alcool che, esattamente come chiunque altro ad un karaoke, non azzecca una nota. Ancora più fortunatamente ieri non c'era nessuno. Nessuno a parte il nostro gruppetto, riunito per la festa di compleanno di un amico, e un altro trio di disperati che si scatenavano cantando peggio di quanto avrei potuto pensare. Siccome nessuno di noi voleva cantare s'è deciso che il buon festeggiato avrebbe scelto chi avrebbe cantato cosa. Iniziamo io e altre due amiche con "It's rainig men!, versione di Geri Halliwell. Parte la musica, siamo ingallatissime...purtroppo i due grappini che mi davano tanto coraggio non sono riusciti a darmi anche una voce decente, e, tra il non conoscere tutte le parole, il terribile imbarazzo di trovarmi con un microfono in mano e la mia ormai famosa incompetenza canora, il nostro trio è riuscito a farsi prendere in giro dal ragazzo che dirigeva il karaoke. Onta e disonore, ma anche molto divertimento. Passano le canzoni, c'è chi fa una figura più o meno ridicola, senza che riuscire mai ad eguagliare noi tre galline spennate, finché il ciclo delle nostre performance si chiude; tocca ora al ragazzo del karaoke dar sfoggio della sua bravura. Uno pensa, ovviamente, che se un qualcuno tiene il karaoke quello stesso qualcuno saprà cantare, come minimo. Ebbene, ho scoperto che non è necessario. Alla fin fine quello che tanto ci (mi) prendeva in giro era lo stesso che cantava come (se non peggio) di me. Stonava, perdeva le parole e non aveva nemmeno una bella voce impostata. Morale: evita di sfottere chi non sa cantare se non lo sai fare nemmeno tu.
Da quando i Twilife hanno perso il cantante sono diventati Hiwaves e Giovanni, il chitarrista, ha ora anche il ruolo di cantante. Esperimento riuscito, se non fosse che è partito e starà via per circa un anno... Ma non disperiamoci, abbiamo qui un simpatico video che il resto del gruppo (con la partecipazione speciale specialissima di Tufa che ha curato anche trucco e costumi) ha girato su una delle loro canzoni. Una delle mie preferite.
La spiaggia è affollata e qualcuno invade il mio spazio vitale, camminando adiacente alla mia brandina o usurpando spicchi d'ombra del mio prezioso ombrellone, ma non m’interessa, perché è estate e io sono in vacanza. Il mare luccica qualche metro più in là e i raggi del sole filtrati scaldano la mia pelle, accuratamente protetta con la crema solare. Nulla può disturbarmi: vacanza significa relax ma anche divertimento, ed è a questo fine che ho acquistato una rivista comica, investendo 80 centesimi del mio misero capitale. In copertina c'è Heidi Klumm e a lettere gialle giganteggia l'anteprima di un articolo: "SESSO NO LIMITS - quando trasgredire è bello (e possibile)". Non è quello ad attirarmi: il Cosmopolitan è un giornale che si compra in estate in spiaggia, così con meno di 1 euro si ride per sei mesi. È un must delle vacanze, insomma! Lo sfoglio, giungo ad una delle prime rubriche di posta e leggo:
Sinceramente io non capisco. Forse dipende da come sono stata educata, o magari dalla mia concezione di vita di coppia e di fidanzamento, o magari sono fredda, ma io davvero, non riesco a capire perché una donna dovrebbe desiderare un anello con brillante come dono di fidanzamento. Non capisco cosa ci sia di romantico nella lettera di questa ragazza. Si tratta di un oggetto. Un bellissimo gioiello sfavillante e dal forte simbolismo, lo riconosco, ma pur sempre un oggetto. Ma perché è romantico riceverlo in regalo? Che cosa succede se non viene donato? L'amore è meno sincero? Non è nemmeno concepibile. Io non lo voglio, e lo dico un po' a malincuore, perché se fossi un uccello sarei una gazza ladra, attratta da tutto ciò che brilla e che appare prezioso: amo i gioielli, e amo indossarli. Mercoledì sera ho accompagnato Matteo in gioielleria e mentre lui parlava d’orologi io osservavo attentamente quegli anelli in oro bianco o platino e brillante, non molto grande, certo non una briciola, ma un dignitoso brillante che non scompare se indossato, e, memore dell'articolo, cercavo di vedermeli al dito. Una meraviglia. Un sogno davvero! Ma al dito io ho un altro anello che mi ha donato Matteo 5 anni fa, quando abbiamo festeggiato il nostro primo anniversario assieme. Non è in oro bianco, e non ha un brillantone sopra, ma se lo smarrissi mi sembrerebbe di perdere una parte della mia anima e non lo cambierei con nessun anello con brillante. È davvero importante che ad accompagnare una donna "per tutta la vita, nei momenti belli e brutti" sia un oggetto tanto prezioso? Quei 4000 euro non sarebbe meglio metterli via per cose più concrete come la casa, i mobili, i pannolini per i figli e al momento godersi il proprio amore senza bisogno di un simbolo come un anello con brillante? È giusto che il sogno di questa ragazza sia l'anello con brillante e non la vita insieme all'uomo che ha scelto? Mi sembra così triste...
Ti crolla il mondo addosso, quando ti accorgi che dopo tutto quello che hai fatto per dimostrare ciò che sei, nulla è riuscito a scalfire il preconcetto e la paura che c'erano nei tuoi confronti.
Ciò che pensava di te lo pensa ancora dopo tanti anni. Non ti fidi di me, non credi a ciò che ti dico e sei sempre pronto a pensare il peggio. Non ti fidi della mia stima e non credi che io possa avere autonomamente un'opinione senza che questa mi sia stata inculcata. Ogni volta che dubiti di queste cose, mi offendi. Non stupirti se poi ti caccio. Pensa ciò che vuoi, sono stanca di doverti ripetere le stesse cose. Sono stanca di dimostrati il mio amore. Sono stanca di dimostrarti che ti accetto per come sei (non per questo accetto tutto quello che fai). Sono stanca di lottare col tuo pregiudizio. Ora tocca a te dimostrarmi stima e accettazione. Per anni mi sono avvicinata a ciò che ami per imparare anche ciò che inizialmente non m’interessava, solo perché riguardava te. Sei diventato il mio mondo. Ruoto attorno a te, abbiamo un solo centro di gravità, ma vedo che non è bastato a farti capire. Non mi sono annullata, mi sono solo concentrata su di te. Oggi ti ho chiesto di essere tu ad avvicinarti a ciò che io amo. Di cercare di conoscerlo senza scartarlo a priori, come invece fai sempre.
Un rossetto rosso fuoco, uno smalto per unghie verde cetonia...due piccoli particolari estremamente appariscenti, ma significativi. Quante ragazze guardano i rossetti rossi con desiderio senza mai comprarli per il timore di sembrare delle donnacce? Quante si incantano davati ad uno smalto blu, giallo, arancio, verde...mordendosi le labbra indecise se comprarlo o no? Poi li compriamo, facciamo la pazzia di acquistare il rossetto o lo smalto ripromettendoci di usarlo. Andiamo alla cassa, guardandoci attorno come bambine che comprano le caramelle proibite, e quando usciamo dalla profumeria col sacchettino in mano non riusciamo a trattenerci dal fermarci un attimo e frugare tra i campioncini per trovare quel oggettino colorato e sfizioso che, in quel momento, ci riempie di coraggio. Già ci vediamo vestite come nei film, truccate di tutto punto e con quel rosso acceso sulle labbra: tutti ci guardano mentre percorriamo il tappeto rosso, gli occhi pieni d'ammirazione. Ma poi torniamo a casa, proviamo allo specchio quel rossetto, o ci mettiamo sulle mani lo smalto. Passiamo minuti interi a farci le smorfie, a muovere le mani per trovare il modo in cui le nostre nuove unghie laccate ci convincono maggiorente. Ci piaciamo magari, ma i dubbi cominciano ad affollare la nostra mente. "Così sono esagerata" "Ma poi con che cosa lo metto questo?" "Se mi faccio vedere così in giro gli amici mi rideranno dietro per mesi!"...meste e rassegnate rinchiudiamo il nostro nuovo giocattolo nel beauty case, dimenticandoci di averlo. Ogni tanto lo guardiamo con nostalgia, ripensando a quanto ci faceva sentire più sicure della nostra bellezza indossarlo. Lo riproviamo nell'intimo del nostro bagno, la porta chiusa, per poi cancellare ogni traccia di quell'amore clandestino.
Ma siamo sicure che sia la cosa migliore per noi?
Dobbiamo farci forza, avere il coraggio di osare, di andare contro le maldicenze. Dobbiamo contrastare le persone spaventate che vogliono solo vederci truccate in color tortora, champagne e beige. Dobbiamo avere il coraggio di essere come ci piaciamo, e se ci piaciamo con il rossetto rosso fuoco, allora di quel rossetto dobbiamo fare la nostra forza.
Ieri sera sono rimasta molto stupita dei progressi che ho fatto nel superare certi miei difetti. Fino a non molto tempo fa ero terribilmente competitiva su tutto, e ritenevo che l'apprezzamento degli altri dipendesse dai miei successi. Questo discorso potrebbe andare bene per una situazione più generale, ciò che è accessorio e contemporaneamente fondamentale nella vita: un lavoro stabile fatto bene, una bella casa, essere una bella persona, mantenere bene la propria famiglia... ma quando lo si espande anche alle piccole cose diventa malato. Per anni ho detestato ogni tipo di gioco in cui non ero capace di vincere proprio perché credevo che la vittoria mi avrebbe portata ad ottenere una maggior stima da parte degli altri e che, parallelamente, perdere mi avrebbe fatta sembrare un'inetta, un'incapace, una stupida. Ormai da qualche tempo sentivo di non essere più così competitiva, ma non avevo mai sperimentato dal vivo questo mio miglioramento. Mai fino a ieri sera. Tutti sanno che ho sempre odiato il bowling, ma ieri ho accettato di andarci e mettermi alla prova. Non stavo testando la mia bravura, ma solo la mia capacità di divertirmi. E ce l'ho fatta. Anche quando la palla andava inspiegabilmente a tuffarsi nella canaletta ero capace di ridere e di divertirmi. Non ci ero mai riuscita così bene. La cosa che non riuscivo mai a fare era ridere assieme agli altri delle mie cazzate, come ad esempio mirare per bene la palla bianca del biliardo e non colpirla, oppure sbagliare completamente un tiro di bowling e rischiare di cadere all'indietro sotto il peso della palla appena lanciata. Ieri ci sono riuscita: che sollievo! Finalmente mi sono divertita sul serio in una serata con gli amici, perdendo tutte le partite giocate, ma riuscendo comunque a divertirmi, a ridere con gli altri. Ho finalmente capito che gli anni scorsi, quando sbagliavo e gli amici ridevano non lo facevano per prendermi in giro, ma perché la situazione era davvero comica. Lo so che sono ridondante, ma per me è una novità assoluta ridere davanti a tutti dei miei piccoli e stupidi insuccessi, non arrabbiarmi come una bimba capricciosa se non vinco, non avere l'istinto di azzannare alla giugulare chiunque mi faccia notare un errore. Ancora una cosa mi infastidiva però: che giocando a biliardo un mio amico si permettesse di dirmi cosa dovevo fare. Se sto giocando io lasciatemi giocare, no? E se sbaglio...chi se ne frega? Non so come sia successo, e non credo nemmeno che sia stato graduale il cambiamento. Analogamente non so in che momento si sia manifestato, e non ne conosco le cause. Riuscire a non fera un dramma di un esame mancato? Non arrabbiarmi se non vonco una partita a carcassonne contro Matteo perché so che tanto lui non mi giudica? D&D, in cui si gioca per partecipare e non per vincere? Semplice introspezione? Non dovrei essere io a dirlo, ma sono davvero fiera di me.
Stamattina sono tornata al maneggio per la seconda lezione di equitazione, e mi sono sentita davvero migliorata. Andavo molto più tranquilla al trotto, e sul cavallo che montavo mi sentiovo più solida che su Alice. Se non che...
...avevo a che fare con la Cavalleria Dell'Ospizio. Non appena siamo entrati nel recinto, durante il primo giro al passo Makumba (così si chiama il cavallo) ha cominciato a tossire con una bella tosse proveniente dai bronchi. Avete presente la pubblicità dello sciroppo per la tosse ambientata in quell'aereo sconquassata dall'uomo che tossisce? Bene, qualcosa del genere... chiaramente non mi sentivo tranquilla, e da brava ragazza catasterofica che sono mi aspettavo che si accasciasse a terra da un momento all'altro. Fortunatamente non è accaduto, ma la tosse è continuata per buoni 20-30 minuti, accompagnata, ad un certo punto, da respiro asmatico ed affannoso. Trottare in queste condizioni si è rivelato a dir poco arduo; già di mio non sono ancora esperta nel tenere il ritmo del trotto col movimento (che comunque mi riusciva molto meglio dell'altra volta) e avere un cavallo che ogni tanto rallentava o cambiava andatura per tossire in santa pace non mi aiutava. Povera bestia, partecipavo del suo fastidio. Per non rendere banale la tosse di Makumba si è aggiunto un altro piccolo problema: quel povero cavallo era pieno di aria come una zampogna! Dal primo giro di trotto fino alla fine della lezione ha continuato a emettere flatulenze piuttosto roboanti, e io a quel punto non sapevo se ridere o se piangere. Poteva andare peggio? Sì, poteva piovere. E, appunto, si è messo a piovere. Abbiamo continuato per qualche minuto sotto l'acqua, fortunatamente senza asma e tosse, per poi ritirarci al coperto quando la pioggia ha cominciato a cadere più insistente e abbondante.
Nonostante tutto il bilancio della lezione è positivo. Nonostante la tosse del cavallo mi sono trovata molto bene con lui perché il suo trotto era regolare, lui era solido e non so se era l'esperienza acquisita, le scarpe con la suola meno scivolosa o le ghette che mi hanno fatto indossare sopra i jeans, ma mi sentivo molto più coordinata con i suoi movimenti.
Molti di quelli che mi conoscono sanno della mia assoluta ignoranza in fatto di musica. Io stessa, spessissimo, ritengo di non essere capace non dico di ascoltarla copn orecchie esperte, ma di non saperne tratte emozioni proprio a causa di questa mia ignoranza. Un mio amico, che ha preso l'impegno morale di farmi apprezzare alcuni strumenti musicali (dopo che gli ho detto che in generale il suono del violiino a me non piace) oggi mi ha fatto conoscere uno strumento di cui non avrei nemmeno potuto immaginare l'esistenza: il Theremin. Leggendo la scheda di Wikipedia la mia reazione è stata "che orrore!", pensando ad un suuono metallico, gracchiante, da radio mal sintonizzata, ma non appena il mio amico mi ha passato un video la dolcezza del suono di questo strumento e la sua capacità evocativa mi hanno conquistata, sciogliendomi in un fiume di emozioni. Voglio condividere con voi il mio stupore per questo strumento.
Mi fanno male le gambe. Mi fa male la schiena. Mi fa male l'osso sacro. Ma sono felice! Ieri sono andata a cavallo.
Era la prima volta che provavo e non avevo idea di come potesse essere. Montare in sella non è stato difficile (mi hanno dato una scaletta ^^), e nemmeno lasciarmi portare da Alice per entrare nel recinto. La prima cosa che le ho detto non appena gli istruttori si sono allontanati un po' è stato "Ok, qui la professionista sei tu: io mi fido, tu insegnami!". Chiaramente non ha risposto, ma il suo lavoro l'ha fatto egregiamente. Io un po' meno. Devo ammettere comunque che quando ha cominciato a camminare lenta e ordinata verso il recinto mi sono davvero emozionata nel realizzare che stavo per imparare a cavalcare. La lezione è iniziata con qualchge semplice esercizio, poi si è passati al trotto. E lì sì che sono stati dolori. Nel primo giro di trotto mi sono accorta che le staffe erano troppo lunghe, i piedi sono slittati brutalmente in avanti e sono rimasta a mo' di prosciutto a rimbalzare sulla sella in maniera inconsulta, con l'istruttore che mi strillava di alzarmi e sedermi, io che ci provavo con scarso successo e gli urlavo di rimando "Non ci riesco! Non ho i piedi nelle staffe!". In quel momento temevo di cadere, non mi sentivo salda e mi rendevo conto che non stavo minimamente partecipando al lavoro di Alice. Fortunatamente il problema delle staffe si è risolto e i tentativi successivi sono stati molto più proficui. Alcune considerazioni: devo ricordarmi di tenere le briglie più corte, soprattutto quella dalla parte dello steccato, così Alice non va a pascolare nel mezzo del recinto; devo assolutamente ricordare di tenere le mani vicino alla criniera, in avanti, altrimenti il movimento di alzarmi per assecondare il trotto di Alice non mi riesce e ci facciamo male tutte e due; devo trovare il ritmo giusto, altrimenti tendo a sadermi troppo presto e in maniera brusca sulla sella, cosa che ritengo poco carina nei confronti di Alice che fa la fatica maggiore (dopotutto è lei quella che corre, non io); devo ricordare che quando le do il comando del trotto lei reagise subito, e se non sono pronta i piedi mi scivolano in avanti sulle staffe e io divento instabile e incapace di assecondarla; devo ricordare di non tirare troppo poco le briglie quando voglio fermarla, perché altrimenti non sente nemmeno il comando e continua ad andare avanti; devo ricordare che non sono cattiva a toccarla col frustino, perchè se sono troppo delicata (com'ero) Alice non sente nemmeno che l'ho toccata e continua a pascolare e allontanarsi le mosche di torno. Non vedo l'ora di riprovare, probabilmente domenica prossima, o tra due, bisogna vedere e prenotare.
Ieri mi sono scontrata con qualcosa più grande di me, che ha influenzato tutta la mia estate senza realmente dipendere da una mia scelta. O almeno, non una scelta libera. La legislazione italiana in merito al lavoro mi si è riversata addosso, sommergendomi e costringendomi a rifiutare un'offerta per l'estate. Eppure ci tenevo a quel lavoro. Tuttavia l'unica possibilità che la legge mi offriva era discorde sia con le mie esigenze sia con quelle del mio Capo. Da una parte e dall'altra accettare quel contratto sarebbe stato davvero pesante. Io avrei avuto orario pieno, mattina e pomeriggio (mentre l'idea iniziale era quella di un part time), cosa che mi avrebbe impedito di continuare a studiare per gli esami di settembre e per la tesi, oltre a portarmi via il mio prezioso tempo libero. Il Capo avrebbe sostenuto dei costi totalmente inutili, poiché pagarmi per stare in negozio senza far nulla di realmente produttivo sarebbe stato uno spreco. Insomma, sarebbe stato un lavoro insostenibile. Eppure già me lo immaginavo. Non ho mai lavorato in vita mia, ed ero davvero curiosa di provare. Questo l'ho saputo la mattina di ieri, e fino a metà pomeriggio non sono stata in pace con me stessa. Non sapevo che anche il Capo avrebbe rifiutato, e imputavo l'abbandono del progetto solo a me. Mi sentivo in colpa per essermi tirata indietro, pensavo che il Capo avesse fatto affidamento su di me e che abbandonando pochi giorni prima di iniziare gli avessi scombussolato tutta l'organizzazione. Mi chiedevo quanto mi avrebbe odiata per questo. Perché, sapete...c'è una piccola complicazione in tutta questa storia: il Capo è il mio "quasi suocero", e tirare un bidone ad una persona che si conosce è ben peggio che tirarlo ad un estraneo. Ci va di mezzo un rapporto personale che potrebbe incrinarsi. Mi sono impegnata tanto perché riconoscesse il mio valore come persona, è stata dura, un lavoro durato sei anni. Temevo che in un giorno solo, con una semplice frase del tipo "Mi spiace, ma non posso." detta con gli occhi bassi per la vergogna e umidi di lacrime avrei distrutto tutto quel riconoscimento e quella stima che mi ero tanto faticosamente guadagnata. Sono tornata a casa piangendo, e nella mia stanza, con la porta chiusa perché nessuno sentisse, ho continuato a maledire i miei esami. Poi è venuta la rabbia: nessuno mi aveva spiegato che non si trattava di un contratto part time ma che avrei dovuto fare 40 ore settimanali. Mi sono arrabbiata con Matteo e con in Capo, pensando che non fossero stati abbastanza chiari, anche se sapevo che tutti, anche loro, avevano la mia stessa idea. Part time, che le legge italiana non ha permesso. La malinconia ha accompagnato il mio pomeriggio, fino al momento in cui Matteo è venuto da me. Io continuavo a pensare che il Capo fosse furioso, ma Matteo mi ha rassicurata. Nemmeno lui avrebbe accettato quel contratto. Sarebbe stato lui a rifiutare, anche se io avessi accettato. Mi conforta sapere questo, ma in cuor mio continuo a temere che queste siano state solo rassicurazioni e che in realtà il Capo mi detesti e mi dia tutta la colpa. Credo che per un po' di tempo lo eviterò per paura di scoprire che il mio dubbio sia fondato
(When I first saw you, I saw love. And the first time you touched me, I felt love. And after all this time, you're still the one I love.) Looks like we made it Look how far we've come my baby We mighta took the long way We knew we'd get there someday
They said, "I bet they'll never make it" But just look at us holding on We're still together still going strong
(You're still the one) You're still the one I run to The one that I belong to You're still the one I want for life (You're still the one) You're still the one that I love The only one I dream of You're still the one I kiss good night
Ain't nothin' better We beat the odds together I'm glad we didn't listen Look at what we would be missin'
They said, "I bet they'll never make it" But just look at us holding on We're still together still going strong
(You're still the one) You're still the one I run to The one that I belong to You're still the one I want for life (You're still the one) You're still the one that I love The only one I dream of You're still the one I kiss good night
(You're still the one) You're still the one I run to The one that I belong to You're still the one I want for life (You're still the one) You're still the one that I love The only one I dream of You're still the one I kiss good night
Sei anni d'amore sembrano tanti, ma non sono che l'inizio della nostra vita assieme. Un piccolo traguardo che ci sembra già un'eternità. Eppure quella sera a Barcola, la mia prima serata con i tacchi, senza riuscire a camminare. Tu timido con quel discorso confusionario. la mia indecisione....
Ma cosa speravano di ottenere? Si può sapere che gli è altato in testa di andarsene prima del voto?
Speravano forse di non far approvare gli emendamenti dimostrandosi offesi?
Beh, è chiaro che non si può rimproverare più di tanto chi ha votato la destra ritenendo poco seri quelli di sinistra.
Ma per favore, un minimo di piedi per terra, signori!
La sinistra si è sempre dimostrata eterea, portatrice di grandi ideali splendidi e giusti. A parole, perché poi a fatti si cerca di concretizzarli per mezzo di altri ideali. Insomma, impossibile.
Se davvero si vuole rendere fermo un ideale bisogna lottare senza riserve. Dovevano esserci, invece di allontanarsi sdegnati, dovevano essere tutti lì e votare.
Mi rifaccio alle parole di mara Carfagna, ministro delle Pari Opportunità che forse tanto pari non sono:
«Penso che l'unico obiettivo dei Gay Pride sia quello di arrivare al riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali, magari equiparate ai matrimoni. E su questo certo non posso esser d'accordo »
Poi prosegue:
«Sono pronta ad agire su casi concreti e reali. Qualcuno che mi venga a dire che un omosessuale non è stato assunto per via della sua tendenza. O che sempre per tendenze sessuali venga negato un affitto o qualsiasi altro diritto. Allora sì che intervengo»
A mio parere in queste due frasi dette a poco tempo l'una dall'altra c'è una sostanziale contraddizione. Come può esserci parità come dice il nostro ministro se ancora non si accettano le unioni omosessuali? Vado sul sito della Carfagna, giusto per sapere di chi parlo e clicco sul banner della "Carta dei valori" la leggo da cima a fondo, fecandomi anche delle grasse risate in certi punti, ma approvando fortemente i valori proposti.
Noi, Popolo della Libertà, donne ed uomini d’Italia, siamo orgogliosi di essere cittadini di uno dei Paesi più avanzati del mondo. Siamo orgogliosi di appartenere ad una civiltà millenaria, una civiltà che ha dato all’umanità conquiste tra le più importanti. Per questo vogliamo che l’Italia progredisca nel solco della sua tradizione, sempre più europea ed occidentale. Le radici giudaico-cristiane dell’Europa e la sua comune eredità culturale classica ed umanistica, insieme con la parte migliore dell’illuminismo, sono le fondamenta della nostra visione della società. I valori nei quali ci riconosciamo sono in specie quelli condivisi dalla grande famiglia politica del Partito Popolare Europeo: la dignità della persona, la libertà e la responsabilità, l’eguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà e la sussidiarietà. Questi sono i valori comuni alle grandi democrazie occidentali, fondate sul pluralismo democratico, sullo Stato di diritto, sulla non discriminazione, sulla tolleranza, sulla proprietà privata, sull’economia sociale di mercato. [...] Noi crediamo che la persona - con i suoi valori ed i suoi principi, con la sua morale e la sua ragione di esistere e di migliorarsi – sia il principio ed il fine di ogni comunità politica, la sola fonte della sua legittimità. E che non possano esistere un’autentica giustizia ed una autentica solidarietà, se la libertà di ogni singola persona non viene riconosciuta come condizione essenziale dallo Stato. [...] Noi crediamo che la società e lo Stato debbano servire la persona ed il bene comune. Le persone e le comunità devono avere il diritto di realizzare ciò che possono grazie alla loro iniziativa. [...] Noi crediamo che la politica abbia il compito di sostenere la vita e l’attività delle persone, delle famiglie, e delle comunità intermedie, non di distruggerle o di assorbirle. [...] Noi crediamo nella validità del modello sociale europeo, che affonda le sue radici nei valori sociali e liberali, e che si basa sui principi inscindibili di efficienza economica, di giustizia sociale, di concorrenza e solidarietà, di responsabilità personale e di protezione sociale. [...] Noi vogliamo una società che si prenda veramente cura dei più poveri e dei più deboli. Noi non vogliamo una società divisa tra ricchi e poveri, tra forti e deboli. Noi vogliamo una società nella quale tutti possano godere di un livello di vita adeguato. Noi crediamo che le persone abbiano il dovere di provvedere a se stessi, secondo il principio morale della responsabilità, ma che in base a questa debbano anche aiutare il prossimo in difficoltà. Crediamo che sia dovere fondamentale, sia della società che dello Stato, insieme aiutare coloro che non raggiungono questo obiettivo. [...] Noi pensiamo che la famiglia sia l’elemento fondamentale delle nostra società. [...] In una situazione difficile come quella attuale, le famiglie sono anche un prezioso elemento di stabilità sociale ed economica perché si affiancano alla società ed alle strutture pubbliche compensandone i limiti nell’attuazione delle politiche sociali. Non possiamo ignorare che molte famiglie non riescono più ad avere “una tranquilla e quieta vita, in piena dignità”. La famiglia va dunque difesa, anche perché è fondamentale per le persone più deboli, per gli anziani, per i diversamente abili, per i giovani senza lavoro. Non solo. Noi crediamo che la famiglia abbia il dovere ed il compito insostituibile di educare i bambini e gli adolescenti. [...] Noi proponiamo agli italiani una società fatta di libertà, di sviluppo economico, di solidarietà. Proponiamo una società basata sui valori liberali e cristiani, sulla famiglia naturale fondata sul matrimonio, formata dall’unione di un uomo e di una donna, nella quale far nascere, crescere ed educare i figli. Proponiamo un’Italia rispettata e forte nel mondo. Proponiamo una Patria nella quale tutti gli italiani si riconoscono e che tutti amano, perché è la casa comune di tutti, senza distinzioni.
Queste sono degli estratti che ritengo più rilevanti ai fini di questo intervento. Parlano di uguaglianza, libertà, piena realizzazione dell'individuo nel rispetto degli altri, parlano di una società priva di distinzioni. Si parla di "Persone", molto generico (come è giusto che sia), persone che devono essere tutelate da discriminazione e quant'altro possa comprometterne "il diritto di realizzare ciò che possono grazie alla loro iniziativa". Tuttavia alla fine spuntano tutte le discriminazioni del caso: la famiglia non è più composta da persone che devono essere tutelate, ma "formata dall’unione di un uomo e di una donna, nella quale far nascere, crescere ed educare i figli". Ovviamente, come c'era da aspettarsi tutta l'uguaglianza e la parità di cui si è parlato va a farsi benedire. La famiglia infatti ha due requisiti secondo la "Carta dei Valori":
deve essere composta da un uomo e da una donna
è formata per far nascere, credcere ed educare i figli
Ne consegue che:
le coppie omosessuali non originano una famiglia
le coppie che non hanno figli, seppur unite in matrimonio, non sono una famiglia
C'è un inghippo, e lo troviamo in tutti quei punti della "Carta dei Valori" in cui si parla di uguaglianza, assenza di distinzioni, la libertà, la dignità della persona etc. Ma se la persona ha diritto di tutela e di trovare realizzazione nella propria vita...come mai i gay no? Forse loro non sono persone?
Ieri sera non sapevo che fare, così ho deciso di spulciare il forum di Alfemminile.com, approdando anche sulla sezione "sessualità", rimanendo davvero sconcertata. Apro la sottosezione Forum Accessori (lingerie, sex toys…) e subito resto di sasso davanti alla discussione dal titolo "Cosa consigliate di inserire nel sedere?"...ma fin lì passi, il desiderio di esplorare lo provano in tante. A shockarmi davvero è la risposta di un'utente: "tutto quello che ci entra" !!!! Chiudo e ne apro un altro che promette bene... il titolo è "Venerdì notte lo stendo...ragazze urge aiuto". Penso che magari ci sono idee carine, consigli, giochetti da provare e mi metto a leggere.
venerdì sera ho una festa aziendale con colleghi e superiori di mio marito e..ci sarà ance lui, l'uomo che mi fa tremare le gambe solo a pensarlo..mio marito sarà risucchiato dai colleghi e vorrei cogliere l'occasione per darmi da fare con l'altro, secondo voi, meglio con autoreggenti o gamba nuda?...cosa attizza di più i maschietti (io le ho lunghe e ben tornite)?
Non credo di essere anormale, non mi sento una puritana solo perchè ritengo sacro il matriomonio, la promessa di fedeltà che fai ad una persona che ti dedica tutta la sua vita...o forse sì? Io ho sempre creduto che ci si sposi perchè si ama e si rispetta una persona, non solo per avere qualcuno con cui passare il tempo...per questo esistono gli amici, il computer...il vibratore se proprio ti prude e non puoi farne a meno! Infastidita chiudo e passo ad un'altra.... Titolo: "A nessuna e' mai venuta la voglia..." apro e leggo
...di violentare un uomo con un vibratore? Chesso' per vendetta verso il genere maschile o solo per sfogare le proprie voglie?
Un sacco di risposte. Uomini, che lo definiscono il loro sogno segreto, e che si propongono di incontrare la donna che ha aperto il topic per mettere in atto le fantasie in comune. Cambiamo...cambiamo sottosezione, perchè di questa già non ne posso più, spero, senza crederci troppo, che la sezione Prostituzione abbia argomenti più interessanti. Mi aspetto discussioni sulla prostituzione in generale, sulle implicazioni morali, sullo sfruttamento....qualcosa di serio invece. Mi trovo davanti ad una serie di topic in cui ragazze in cerca di soldi si offrono, mettendo numeri di cellulare o chiedendo di essere contattate tramite messaggio privato. Uomini che vogliono provare l'ebbrezza di fare gli gigolò o che invitano donne a prostituirsi con loro. L'ho già detto, non sono una puritana, ma tutto questo mi pare davvero eccessivo. Non dovremmo avere dei limiti ETICI? Non sto parlando si castità forzata o cose simili, ma recuperare certi valori di cui tanto si parla. L'amor proprio, la fedeltà, l'onestà, il rispetto degli altri. Si parla di tradire, di violentare, di prostituirsi...ma a che punto dobbiamo arrivare prima di una svolta?
Due mani fredde nelle tue Bianche colombe dell’addio Che giorno triste questo mio Se oggi tu ti liberi di me Di me che sono tanto fragile E senza te mi perdero’
Piccolo uomo non mandarmi via Io piccola donna morirei E’ l’ultima occasione per vivere Vedrai che non la perdero’ - e no! E’ l’ultima occasione per vivere Avro’ sbagliato si lo so’ Ma insieme a te ci riusciro’ e si! Percio’ ti dico Piccolo uomo non mandarmi via Io piccola donna morirei
Aria di pioggia su di noi E… tu non mi parli piu’ cos’hai Certo se fossi al posto tuo Io so’ gia che cosa mi direi Da sola mi farei un rimprovero’ E dopo mi perdonerei
Piccolo uomo non mandarmi via Io piccola donna morirei E’ l’ultima occasione per vivere Vedrai che non la perdero’ ( perche’ io posso )
Io devo – io voglio vivere Insieme a te ci riusciro’ ( e… io devo farlo ) E’ l’ultima occasione per vivere Vedrai che non la perdero’ ( perche’ io posso ) Io devo – io voglio vivere Ci riusciremo insieme.
Piccolo uomo non mandarmi via Io piccola donna morirei
Piccolo uomo non mandarmi via Io piccola donna morirei
Svegliandomi accanto a Matteo stamattina ha cominciato a risuonarmi in mente il ritornello di questa canzone. Non so perché, so solo che sentivo il bisogno di ascoltarla e capire di chi fosse. Già, non lo sapevo, la mia ignoranza in fatto di musica è allucinante. Ma ora l'ho sentita, mi sono emozionata, penso al mio amore che dorme nell'altra stanza, al desiderio che ho di svegliarlo ma allo stesso tempo alla tenerezza che provo nel vederlo così pacifico per almeno un giorno alla settimana.
Ghiaccio oltre il ghiaccio, Nelle tenebre ghiaccio per il ghiaccio. Poi fuoco. Rovina e salvezza nell'unico seme.
Il ponte che rafforza brucia di morte, piccolo cristallo si scioglie sul vuoto di mille spade, di mille volti.
La serpe di miseria non uccide il figlio del Sole non risorto. Morde la coda con lame affilate.
26° giorno di Sin'arim del 72° anno dalla Liberazione dell'Ovest La violenza della bufera si abbatteva sulla solida porta e sulle finestre della locanda, in quel piccolo villaggio sperduto, nato come un fungo alle falde del Diadema, il possente ed invalicabile ghiacciaio della catena montuosa che i popolani, con poca fantasia, chiamavano "le Montagne Alte". Georg sapeva che quella era l'unica via di salvezza per sé e per la gente che stava cercando di portare nella Repubblica dell'Ovest, la prima mai nata dalla volontà umana. Era stata una ribellione dura e sanguinosa quella che aveva dato vita alla Repubblica: molti nobili erano stati impiccati nelle pubbliche piazze, e molti altri, per avere salva la vita, erano stati costretti a rinunciare ai feudi, alle terre, alle ricchezze per allearsi con i ribelli e tradire il loro re. La schiavitù era stata abolita e chiunque nella Repubblica dell'Ovest, ricca dell'oro dei nobili ma devastata dalla guerra, era un uomo libero. Merci e persone circolavano senza ostacoli, le razze differenti da quella umana finalmente erano graditi ospiti e cittadini dei villaggi in ricostruzione. Da qualche anno la grande metropoli di Onarron si stava distinguendo come polo culturale, punto d'incontro dei maggiori maghi e letterati del continente. Quaranta schiavi erano con loro, in attesa di essere liberati oltre la frontiera. Quaranta anime tra donne, bambini e ragazzi erano state acquistate a Kailic, e secondo il piano avrebbero dovuto recuperane altrettanti nella capitale. Ma qualcosa era andato storto. Le guardie erano informate de loro arrivo, e se non fosse stato per un solerte amico di Georg a quel punto sarebbero stati catturati e imprigionati nell’arena. A Nuril liberare uno schiavo era consentito, ma liberarne così tanti era considerato un atto rivoluzionario. E infatti questo era. La rivoluzione. La stessa che aveva coinvolto gli gnomi di Roywyn, gli uomini di Onarron, delle isole e di Ashan – tra i quali Georg – e che spingeva ognuno a combattere secondo le proprie possibilità. Georg, figlio di un ricco mercante di Ashan, una volta ricevuta l’eredità del padre aveva cominciato ad organizzare carovane fantasma, con le quali liberava gli schiavi che riusciva a comprare. Solo lui e Baluran sapevano che gli schiavi presenti nella carovana erano destinati alla libertà. E solo loro due sapevano che nelle pianure a Nord di Malan erano attesi dall’esercito per la confisca del carico e la loro esecuzione. Andare a Sud avrebbe comportato la morte di tutte le persone, mercanti e passeggeri, che si erano affidate a loro. D
Dal suo angolo buio Jarivar scrutava attento ognuno dei presenti, concentrando la propria attenzione sul capo-carovaniere che sedeva preoccupato ad un tavolo accanto al camino. Di fronte al solido Georg stava il vecchio mago, suo amico e consigliere. Ma i due non parlavano: la tempesta li preoccupava non poco. E preoccupava anche Jarivar, che sapeva non essere normale un tempo del genere in quella zona e in quel periodo dell’anno. Era poco più che autunno ma ai piedi della montagna che i popolani chiamavano “il Diadema” pareva inverno inoltrato.
Il turno di guardia ai carri era quasi finito e Gròr Fortemartello non vedeva l’ora di rientrare nella locanda e bersi una buona birra accanto al camino. Socchiuse gli occhi e con l’immaginazione assaporò l’eccezionale birra nanica della sua città natale. Il suo pensiero andò a suo padre, sua madre, i suoi commilitoni e alla sua bella città. Gli imponenti palazzi scolpiti all’interno della montagna la rendevano diversa da tutte le città naniche. Loro non si erano limitati a decorare le sale vuote nel cuore della montagna, né si erano accontentati di vivere al suo esterno, come i pazzi di Krivij-Rig. No…loro avevano fatto di più: partendo dalle enormi sale scavate dal tempo avevano cesellato plazzi interi, addentrandosi ancora di più nella catena del Golg. La nostalgia era ormai sua compagna da molti anni, e sapeva che la mesta signora l’avrebbe tenuto per mano per tutta la sua vita. Fortunatamente da qualche settimana riusciva a distrarsi chiacchierando con uno strano tipo, tale Jarivar; un uomo inquietante senza dubbio, ma dal cuore d’oro. Gròr sorrise al pensiero che il suo nuovo amico credesse che nessuno si fosse accorto della sua natura. Ma come si può non notare un uomo senza ombra? Eppure, dopo il primo tempo di diffidenza tutti avevano cominciato a stimarlo. Bè…non proprio tutti; solo quelli che avevano visto cos’era riuscito a fare quando Gròr era stato ferito nelle terre selvagge attorno a Faliman. L’aveva curato, e un uomo malvagio non può avere il favore degli dei e curare una persona a quel modo. Così meditava Gròr, cercando di ripararsi dal freddo parandosi dietro un carro, insieme a due cavalli. Già, perché le stalle del villaggio non erano riuscite a contenere tutti cavalli della carovana, e molti erano rimasti fuori, frustati dal vento e infradiciati dalla neve. Finalmente erano venuti a dargli il cambio e lui sarebbe potuto andare ad asciugarsi accanto al fuoco. Gròr si avviò verso la taverna, sperando di avere notizie da Georg riguardo il da farsi. Sapevano tutti che non sarebbero potuti restare lì in eterno.
Erian stava sdraiato sul morbido letto nella stanza della locanda e al contrario di tutti i suoi compagni di viaggio non era minimamente preoccupato per la tempesta. Nonostante fosse insolita avrebbe solo ritardato di un po’ l’arrivo ad Onarron, dove non lo aspettava nulla a parte la favolosa biblioteca del palazzo del governo, fornita dei più pregiati volumi di magia. E di certo, a distanza di pochi giorni, sarebbe stata ancora lì. La stanza era pulita e la cucina ottima; non poteva lamentarsi assolutamente di nulla, se non di qualche scocciatore che durante il viaggio cercava di conversare con lui. Cercava di stare il più possibile lontano dalla sala del camino, troppo affollata e chiassosa per i suoi gusti. Ogni tanto però si faceva vivo, più che altro per ricevere eventuali notizie sulla partenza o per scaldarsi vicino al caminetto. Come tutte le sere prima di cena uscì dalla stanza portandosi dietro il libro degli incantesimi, scese le pesanti scale in legno che portavano all’osteria ed entrò nella sala comune, illuminata dal massiccio caminetto. Le facce erano sempre le stesse, e le azioni anche. Il vecchio mago e Georg stavano sempre allo stesso tavolo a discutere silenziosamente, con sguardi che, dopo tanti anni di viaggio assieme, avevano sostituito le parole...il nano e l’uomo senza ombra guardavano le altre guardie giocare ai dadi provvedendo a sedare le eventuali risse di gioco…gli altri passeggeri della carovana si riunivano in piccoli gruppetti, discutendo prevalentemente della tempesta e lamentandosi della conduzione della carovana. I mercanti, più avezzi ai lunghi viaggi e quindi agli inconvenienti, si avvicinavano a Georg in piccole delegazioni, per esprimere la loro solidarietà e proporre alternative. Alcuni bambini giocavano sul pavimento accanto al camino, attentamente sorvegliati dalle mamme che ricamavano chiacchierando in una sorta di solidarietà femminile.In piedi sulla porta si fermò ad osservare quella scena, il libro degli incantesimi stretto al petto e il cuore trafitto da una gelida scheggia. Odiò la tempesta. Odiò la carovana che si era fermata lì per tanti giorni. Odiò la Torre che gli aveva portato via l’infanzia. Odiò sé stesso.
Non servivano le parole per capire ciò che Georg stava pensando. Il suo sguardo, per molti inespressivo nell’osservare la fiamma del camino attraverso il boccale di birra era per Balduran un segno eloquente. Erano ormai fermi lì da quattro giorni in attesa che la montagna placasse la sua furia, ma la tempesta si dimostrava sempre più rabbiosa e violenta. Georg alzò lo sguardo verso i saggi occhi il suo venerando amico. “Sì, Georg, sarebbe troppo pericoloso.” Georg fissò nuovamente il camino, poi diresse ancora l’attenzione al vecchio mago, in cerca di risposte. “Sì, Georg. Lo so che ci cercano a Sud. E so che siamo troppo numerosi per passare inosservati.” Avevano scelto assieme quella strada, la strada della Libertà. Georg si guardò intorno; dopo tanti anni da capo-carovaniere aveva imparato ad inquadrare la gente e a ricordarsi tutte le facce. Nella sala comune c’erano quasi tutti; mancavano gli schiavi e le sentinelle di guardia ai carri e agli schiavi stessi. Finalmente con occhi decisi guardò il vecchio mago. Il mago sorrise. Era la scelta giusta per tutti. Sarebbero partiti l’indomani verso il Passo della Vipera, mentre gli altri avrebbero continuato il cammino verso Sud. Senza di loro non avrebbero corso rischi.
Che sogno strano ho fatto stanotte, è partito bene ma si è tramutato in una specie di incubo...
Tutto iniziava con la mia idea di andare a trovare un amico che abita piuttosto lontano, e Matteo e mia madre decidevano di venire con me. Prendevamo la nostra machina e praticamente senza difficoltà arrivavamo a casa sua, dove venivamo accolti dalla famiglia al gran completo; oltre al nucleo familiare c'erano infatti zii, cugini e nonni, tutti maschi. Io, mia mamma e sua mamma eravamo le uniche donne al tavolo. Terminato il pranzo davamo una mano a sparecchiare e mentre stavo togliendo i piatti dal tavolo il mio amico mi abbracciava e cercava di baciarmi ripetutamente, sussurrandomi che mi desiderava e cosesimili. chiaramente lo scansavo, infastidita ed imbarazzata, pensando che dovevo immaginarlo e che non sarei dovuita andare a trovarlo, oltre al fatto che era stato molto scorretto perché c'era Matteo nei paraggi. Tra l'altro ricordo che avevo paura che Matteo lo prendesse a pugni...
Durante il pomeriggio i suoi genitori cercavano di avvelenare mia mamma....non ricordo altri dettagli, solo l'angoscia di non sapere come uscirne, il senso di pericolo.
arrivava la sera e decidevo di andare a fare una passeggiata per raggiungere Matteo, ma mentre camminavo nel buio più totale il mio amico mi si parava davanti, dicendo di aver accolto il mio invito e di essere lì per fare l'amore con me. Cercavo di fuggire correndo, e lui mi inseguiva, credendo che fosse un gioco mentre io ero terrorizzata...sapevo, nel sogno, che se non fossi riuscita a scappare lui non avrebbe capito che non ero interessata a lui, e avrebbe comunque fatto quello che voleva.
Da questo momento in poi non ricordo altro, non so se l'incubo si è interrotto o se mi sono svegliata...non ricordo, e forse è meglio così.
Ma ora mi chiedo: cosa ha suscitato in me questa angoscia? Perché ho avuto quest'incubo?